La verità sul fondo monetario internazionale
Salvatore Tamburo – www.pressante.com
Il Fondo Monetario Internazionale (International Monetary Fund, di solito abbreviato in FMI in italiano e in IMF in inglese) è, insieme al Gruppo della Banca Mondiale, una delle organizzazioni internazionali dette di Bretton Woods, dalla sede della Conferenza che ne sancì la creazione.
L'Accordo Istitutivo acquisì efficacia nel 1945 e l'organizzazione nacque nel maggio 1946. L 'FMI si configura anche come un Istituto specializzato delle Nazioni Unite (ONU).
I suoi obiettivi sono (dovrebbero essere):
- Promuovere la cooperazione monetaria internazionale
- Facilitare l'espansione del commercio internazionale
- Promuovere la stabilità e l'ordine dei rapporti di cambio, evitando svalutazioni competitive
- Dare fiducia agli Stati membri rendendo disponibili, con adeguate garanzie, le risorse del Fondo per affrontare difficoltà della bilancia dei pagamenti
- In relazione con i fini di cui sopra, abbreviare la durata e ridurre la misura degli squilibri delle bilance dei pagamenti degli Stati membri.
Ogni membro (attualmente 185 paesi) può accedere al credito del fondo (SBA ed EFF), in un anno, fino al massimo del 100% delle quote sottoscritte e, cumulativamente, fino al massimo del 300%; l'ammontare dei prestiti può essere elevato in casi eccezionali.
Il Fondo Monetario Internazionale è fortemente criticato dal movimento no-global e da alcuni illustri economisti, come il Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, che lo accusano di essere un'istituzione manovrata dai poteri economici e politici del cosiddetto Nord del mondo e di peggiorare le condizioni dei paesi poveri anziché adoperarsi per l'interesse generale.
Il sistema di voto, che chiaramente privilegia i paesi "occidentali", è considerato da molti iniquo e non democratico. Il FMI è accusato di prendere le sue decisioni in maniera poco trasparente e di imporle ai governi democraticamente eletti che si trovano così a perdere la sovranità sulle loro politiche economiche.
Il board esecutivo e il board dei governatori del FMI non danno a tutti i Paesi la stessa possibilità di essere rappresentati.
L’assegnazione del numero dei voti è basata sul sistema “un dollaro un voto”, che quindi antepone la ricchezza alla democrazia. I paesi più ricchi controllano il board esecutivo sia in termini di seggi che di voti, nonostante il Fondo sia quasi completamente impegnato in Paesi a basso e medio reddito. Questo sistema, creato durante il periodo coloniale e controllato dai governi dei Paesi sviluppati, è inadeguato e necessita di essere radicalmente modificato.
Perciò molti economisti, rappresentati del governo e associazioni chiedono una struttura del Fondo che sia realmente democratica, che abbia gli stessi standard di democrazia richiesti a livello nazionale. Per raggiungere questo obiettivo, si auspica l’adozione immediata di un sistema di voto a doppia maggioranza. Le decisioni dei board dovrebbero essere prese solo con il consenso della maggioranza dei governi membri e con la maggioranza dei voti a favore. Il sistema “un Paese, un voto” contro-bilancerebbe il sistema “un dollaro, un voto”. La combinazione dell’attuale sistema di voto con la richiesta di un accordo della maggioranza dei governi membri contribuirebbe a superare l’ineguaglianza che caratterizza il meccanismo decisionale del FMI.
Come espresso prima Joseph Stiglitz ha apertamente criticato l’operato del Fondo Monetario Internazionale.
Stiglitz ha rivestito ruoli rilevanti nella politica economica. Ha lavorato nell'amministrazione Clinton come Presidente dei consiglieri economici (1995 –1997); alla Banca Mondiale ha assunto la posizione di Senior Vice President e Chief Economist (1997 – 2000), prima di essere costretto alle dimissioni dal Segretario del Tesoro Lawrence Summers.
Stiglitz esprime il suo disappunto per la politica del FMI nel suo libro intitolato "Globalization and Its Discontents" 92 ("La globalizzazione e i suoi oppositori"), dove analizza gli errori del FMI e della gestione delle crisi finanziarie che si sono susseguite negli anni novanta, dalla Russia ai paesi del sud est asiatico all'Argentina. Stiglitz illustra come la risposta del FMI a queste situazioni di crisi sia stata sempre la stessa, basandosi sulla riduzione delle spese dello Stato, una politica monetaria deflazionista e l'apertura dei mercati locali agli investimenti esteri. Tali scelte politiche venivano di fatto imposte ai paesi in crisi ma non rispondevano alle esigenze delle singole economie, e si rivelavano inefficaci o addirittura di ostacolo per il superamento delle crisi.
Stiglitz critica il FMI su diversi punti.
Analizzando la crisi dell’Est asiatico, Stiglitz ricorda che il 2 luglio 1997 crollò il baht tailandese che segnò l’inizio della più grande crisi economica dai tempi della Grande depressione, una crisi che partendo dall’Asia sarebbe andata a colpire anche Russia e America Latina.
Il baht, che per dieci anni era stato scambiato con un rapporto di 25:1 rispetto al dollaro, dalla sera alla mattina subì una svalutazione di circa il 25 per cento.
Ormai la crisi è passata ma sfortunatamente le politiche imposte dal FMI durante quel periodo tumultuoso hanno peggiorato la situazione, e in molti casi hanno provocato addirittura l’inizio di una crisi: secondo Stiglitz una liberalizzazione eccessivamente rapida dei mercati finanziari e dei capitali è stata probabilmente la causa principale della crisi, sebbene vi abbiano condotto anche alcune politiche sbagliate condotto dai singoli paesi.
Oggi gli esperti del FMI hanno riconosciuto molti errori, ma non tutti.
Si sono resi conto, per esempio, di quanto possa essere pericolosa una liberalizzazione troppo rapida del mercato dei capitali, ma è un cambiamento di opinione che arriva quando ormai è troppo tardi per aiutare i paesi in difficoltà.
Nei tre decenni precedenti alla crisi, l’Est asiatico non era soltanto cresciuto più velocemente di qualsiasi altra regione del mondo, più o meno sviluppata, riuscendo addirittura a ridurre la povertà, ma aveva anche acquisto stabilità e si era salvato dagli alti e bassi che caratterizzavano tutte le economie di mercato.
Tanto che quei risultati positivi vennero descritti come “il miracolo asiatico”.
Quando scoppiò la crisi però il FMI e il Tesoro degli Stati Uniti fecero aspre critiche contro questi paesi, incolpandoli di avere dei governi corrotti e urgeva una riforma radicale.
Stiglitz però si interroga: “come è possibile che le istituzioni di questi paesi abbiano funzionato così bene per tanto tempo se sono marce e corrotte?” . La risposta si evinse chiaramente dalla relazione intitolata “The East Asian Miracle” realizzata dalla Banca Mondiale su pressione dei giapponesi: quei paesi asiatici avevano avuto successo non solo malgrado il fatto di non aver seguito il diktat del Washington Consensus, ma proprio perché non li avevano seguiti; fu così evidenziato l’importante ruolo svolto dai governi.
Mentre le politiche del Washington Consensus mettevano in risalto la privatizzazione, i governi asiatici a livello nazionale e locale davano contributi per la creazione di imprese efficienti che hanno svolto un ruolo decisivo nel successo di alcuni di questi paesi.
Quando cominciò la crisi, l’Occidente non ne colse la gravità.
Il FMI per risolvere la crisi impose un’impennata dei tassi d’interesse e tagli alle spese, nonché di introdurre nei paesi cambiamenti sia economici che politici.
Il FMI stava fornendo miliardi di dollari a questi paesi, ma a condizioni di così ampia portata che i paesi che accettavano i finanziamenti finivano per rinunciare a gran parte della loro sovranità economica.
Nonostante ciò, i programmi del FMI sono falliti: avrebbero dovuto arrestare la caduta dei tassi di interesse, che invece si sono mantenuti in discesa, senza che il mercato abbia minimamente dimostrato di aver preso atto che fosse arrivato il FMI a “salvare la situazione”. Imbarazzato dal fallimento della sua ricetta il FMI ha puntualmente incolpato il paese di turno di non aver attuato sul serio le riforme necessarie.
Con l’aggravarsi della crisi aumentò la disoccupazione: la percentuale di disoccupati era quadruplicata in Corea, triplicata in Thailandia e decuplicata in Indonesia.
Il rallentamento nella regione ha avuto ripercussioni globali:la crescita economica complessiva fu rallentata e, con questo rallentamento, sono crollati i prezzi delle materie prime.
Secondo il premio Nobel americano, a generare le crisi economiche dall’Est asiatico all’America Latina, dalla Russia all’India, ritiene che la colpa vada imputata alla liberalizzazione dei movimenti di capitali. Secondo Stiglitz essa può creare rischi enormi persino in quei paesi che hanno banche forti, borse valori mature e altre istituzioni che molti di quei paesi in crisi non possedevano. Nonostante egli esempi del passato, il FMI ripropone la sua ricetta di liberalizzazione dei capitali, nella bizzarra ipotesi che questa migliorerebbe la stabilità economica attraverso una maggior diversificazione delle fonti di finanziamento. Basterebbe però analizzare i dati relativi ai flussi di capitali per rendersi conto che essi hanno un andamento prociclico, cioè defluiscono da un determinato paese in tempi di recessione, proprio quando il paese ne ha più bisogno, e affluiscono verso il paese nel periodi di rapida espansione, esasperando le pressioni inflazionistiche.
Analizziamo due casi: la Corea del Sud dove è intervenuto il FMI e la Cina che scelse di non seguire le politiche del Fondo.
1. In Corea il FMI, nonostante conoscesse l’eccessivo indebitamento delle aziende, insistette che fossero aumentati i tassi di interesse e ciò aumentò il numero delle aziende in crisi e, di conseguenza, il numero delle banche che si trovarono a gestire “crediti in sofferenza”. In pratica il FMI era riuscito a congegnare una contrazione simultanea tanto della domanda quanto dell’offerta.
Il FMI si giustificava dicendo che le sue politiche avrebbero aiutato a riportare la fiducia nei mercati dei paesi colpiti. Ma chiaramente un paese in piena recessione non ispira alcuna fiducia.
2. Confrontando quello che è successo in Cina invece, che come la Malesia scelse di non seguire i programmi del FMI, vediamo chiaramente gli effetti negativi delle politiche del FMI.
La Cina , del resto come l’India, fu uno dei grani paesi in via di sviluppo che è riuscita ad evitare la devastazione della crisi economica mondiale introducendo dei controlli sui movimenti dei capitali.
Mentre i paesi in via di sviluppo con mercati dei capitali liberalizzati hanno registrato un declino dei redditi, l’India è cresciuta di oltre il 5% e la Cina quasi dell’8%. Questi risultati notevoli sono stati seguiti non certo seguendo le ricette del FMI, bensì quelle dell’ortodossia economica che gli economisti insegnano da più di mezzo secolo. La Cina ha colto l’occasione di associare ai suoi obiettivi a breve termine quelli di una crescita di lungo periodo, stimolando una domanda enorme di infrastrutture.
Conn Hallinan è analista in politica estera al Foreign Policy, ed insegnante di giornalismo all’Università della California a Santa Cruz. Hallinan scrive che l’ultima vittima in ordine di tempo del FMI sia stata appunto l’Argentina: la terza economia, per importanza, dell'America Latina è stata fatta deragliare dalle politiche del Fondo Monetario Internazionale che hanno già devastato popolazioni ed economie da Mosca a JaKarta riempiendo al contempo i forzieri delle banche e delle organizzazioni finanziarie.
Secondo Hallinan il mito più diffuso riguardo al FMI è che si tratti di un organismo “internazionale". Infatti, ha molti membri ma gli Stati Uniti ed i suoi alleati prendono tutte le decisioni. L'Olanda, ad esempio, ha più potere di voto della Cina e dell'India. "Internazionale" sarebbe quindi una comoda finzione che permette all'organizzazione di evitare il controllo del Congresso. Quello che il FMI fa è di fare un'offerta che non è possibile rifiutare.
Quando L’Argentina attraversò un periodo economico burrascoso all’inizio degli anni ’90, il Presidente Bush (senior) e il Fondo offrirono un prestito condizionato all’ancoraggio del Peso Argentino al Dollaro, alla totale privatizzazione di banche e servizi, alla rimozione di dazi doganali ed alla liberalizzazione della circolazione dei capitali.
L’Argentina ha abboccato e i capitali stranieri sono affluiti. Per alcuni (i benestanti) l’economia decollò, ma legare il peso al dollaro ha reso le esportazioni argentine proibitive mentre l’inondazione di importazioni estere a basso costo ha minato la base industriale del paese: chiusura di fabbriche, diffusione della disoccupazione ed implosione del debito. La libera circolazione dei capitali ha permesso a compagnie straniere di spillare profitti all’estero ed ha aperto le porte ai “vulture funds”, che hanno acquistato gran parte del debito per fare il colpo grosso con gli elevati tassi d’interesse.
Il fondo Toronto Trust Argentina98 ha avuto un ritorno del 79,25% sui debiti acquistati pari a trenta volte quello che avrebbe realizzato con i Bonds del tesoro statunitensi.
L’effetto delle privatizzazioni proposte dal FMI portarono una compagnia francese ad acquistare gli acquedotti del paese e aumentare le tariffe del 400%.
L'Argentina era guardata dal mondo come il paese dove il pensiero unico del F.M.I. e della Banca Mondiale aveva vinto. Un miracolo economico! Ma le privatizzazioni prima o poi finiscono, lo squilibrio commerciale resta, lo Stato deve drenare denaro sui mercati internazionali attraverso prestiti internazionali in valuta, ad ogni giro i tassi salgono e il rating diminuisce. I tassi alti scoraggiano l'economia e per tre anni l'Argentina va in recessione. Le Grandi Famiglie (3% della popolazione) incominciano a cambiare i pesos in dollari. Servono altri prestiti, sempre più cari.
A questo punto scoppia la crisi finanziaria.
Nessuno presta più soldi all'Argentina che è costretta a tagliare del 13% i salari pubblici e a bloccare totalmente la spesa pubblica. Neanche questo basta, ed ecco l'F.M.I., caritatevole, giungere in soccorso, prestando 8 miliardi di dollari . con una clausola, però, che l'Argentina aderisca al F.T.A.A. (Free Trade Area of the Americas) cioè si apra al libero scambio con gli USA.
Doppia trappola: il deflusso di dollari non potrà che aumentare, per il libero scambio e in più si mette in ginocchio il Brasile e si fa saltare il Mercosur (il Mercato dell'America del sud).
La crisi finanziaria argentina è solo rimandata di qualche mese: una boccata d'ossigeno per l'UBS, Citygroup e Chase Manhattan e altre grandi banche che hanno ancora qualche mese per “securizzare” i propri crediti, cioè farli scomparire nel risparmio gestito di fondi pensione. Quando la stessa cosa avvenne in Messico nel 1995 a rimetterci fu il Fondo Pensione degli Insegnanti della California! Ma ormai è fin troppo chiaro: le ricette virtuose del F.M.I. sono catastrofiche.
Dopo il Sud Est asiatico e la Russia hanno rovinato il Sudamerica. Ma la grande fornace di Wall Street ha bisogno di capitali esteri che tengano su i corsi azionari e quindi `mors tua vita mea'!
Meraviglie della globalizzazione dei mercati finanziari!
Ma a dicembre del 2001 la crisi esplode senza remissione. Prima l'annuncio del default sul debito, bonds sovereign e local market instruments collocati compiacentemente sui mercati internazionali per un valore di oltre 58 miliardi di dollari vanno in default. Il Ministro dell'Economia Domingo Cavallo tentò un ultimo colpo da presitigiatore finanziario: lo Swap del debito.
Tassi al 7% invece del 30% e più e allungamento delle scadenze. I mercati non accettano. Gli argentini così incominciano a dubitare che un dollaro valga un peso. Le banche sono prese d'assalto per cambiare pesos in dollari. I capitali defluiscono e con essi la possibilità di far fede agli impegni assunti con il F.M.I. In più la crisi riduce i profitti e i consumi. Crollano dunque anche le entrate fiscali e l'obiettivo del `deficit di bilancio zero torna ad essere quello che era sempre stato: una pura utopia. Si limita la possibilità di ritirare denaro a 1.000 dollari mese. I bancomat vengono presi d'assalto e presto vanno in Tilt. Ormai è crisi di liquidità. Il F.M.I. nega la `tranche' di oltre 1 miliardo di dollari dell'ultimo accordo di sostegno.
Anche loro sanno che sarebbe ormai solo una goccia in un mare di debiti. Iniziano gli assalti ai supermercati e la crisi che tutti conosciamo.
Il crac in Argentina non può essere imputato semplicemente alla corruzione nazionale ma al sistema “politico” del FMI che, invece di sostenere una partecipazione vera nello sviluppo della nazione, ha introdotto meccanismi monetaristici che hanno portato alla rovina economica il paese.
Tra Paesi che soccombono in crisi finanziarie, c’è invece un paese che si libera dal debito nei confronti del FMI e Banca Mondiale, ovvero il Venezuela del Presidente Hugo Chàvez.
Il paese sudamericano ha estinto il debito con il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale e adesso nutre come secondo obiettivo la costituzione del Banco del Sur.
Il Venezuela ha recuperato interamente la sua sovranità; le sue orme potrebbero essere seguite da tanti altri paesi sudamericani od europei. Naturalmente tutto dipende se al tavolo delle trattative si indossi la veste del finanziatore pro-lobby o del debitore.
Fonti:
http://bankitaliasignoraggioenwo.blogspot.com
www.imf.org
STIGLITZ J., La globalizzazione e i suoi oppositori Torino, Einaudi, Torino (2002)
www.foreignpolicy.com
http://www.aamterranuova.it
Il programma elettorale del partito comunista dei lavoratori
L'articolo originale all'indirizzo: http://www.pclavoratori.it/index.php?c3:o676
IL PROGRAMMA ELETTORALE DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
( scaricabile - pdf - dalla sez. download )
(6 marzo 2008)
PROGRAMMA ELETTORALE
ELEZIONE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI
E DEL SENATO DELLA REPUBBLICA
13/14 aprile 2008
PROGRAMMA ELETTORALE ED INDICAZIONE DEL CAPO DELLA FORZA POLITICA DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
Liste caratterizzate dal contrassegno:
“Cerchio su cui insiste l'icona del mondo, rappresentato in azzurro e schematizzato da un cerchio diviso dai paralleli e dai meridiani, a cui sono sovrapposti il martello e la falce, di colore rosso. Completano il simbolo le parole "Partito comunista" e "dei lavoratori" poste rispettivamente sopra e sotto l'icona del mondo”
CAPO DELLA FORZA POLITICA: Marco Ferrando, nato a Genova il 18/07/1954.
L’annuncio di una nuova era di pace e di progresso dopo il crollo del Muro di Berlino (1989) è stato smentito dai 20 anni successivi.
Le contraddizioni mondiali si estendono, contro tutte le promesse di un “nuovo ordine internazionale” e la stessa “globalizzazione” non si è affatto tradotta in un miglioramento della condizione dell’umanità. Al contrario.
Le condizioni sociali e di vita della maggioranza della popolazione mondiale conoscono un arretramento progressivo a tutte le latitudini del globo: sotto la spinta di una nuova e più ampia competizione internazionale che proprio il crollo dell’URSS ha liberato e che l’emergere della Cina sul mercato mondiale alimenta ogni giorno.
Avanza ovunque un attacco radicale ai salari, alla stabilità del posto di lavoro, ai diritti sindacali, alle conquiste sociali delle generazioni precedenti.
Tornano le guerre imperialiste e le corse coloniali per il controllo di zone d’influenza, materie prime, manodopera a basso costo, col loro carico di devastazioni e di orrori.
Si affacciano enormi flussi migratori, quali fughe di massa dalla fame e dalla morte, pretesto di nuove campagne razziste e xenofobe.
Si aggrava la catastrofe ambientale e gli squilibri ecologici su scala planetaria.
Il modo di produzione capitalista ha dunque celebrato la sua “vittoria” nel momento stesso in cui non ha più nulla di progressivo da offrire alle giovani generazioni. Peraltro tutte le domande e rivendicazioni di progresso – sociali, nazionali, ambientali, di genere - che salgono dalle classi subalterne, cozzano come non mai con le regole del gioco del capitalismo mondiale e i loro riflessi nei diversi paesi e continenti.
Tanto più nell’attuale epoca storica, ogni illusione di riforma socialmente progressiva è priva di qualsiasi fondamento materiale. Non c’è un solo governo oggi al mondo che promuova riforme sociali progressive di una qualche rilevanza. Ovunque i governi– siano essi di centrodestra, di centrosinistra o della socialdemocrazia – gestiscono le medesime politiche di austerità sociale e di “sacrifici”. Le sinistre che entrano in questi governi o che li appoggiano – quando anche si definiscono abusivamente “comuniste” – si fanno complici di quelle politiche contro i lavoratori, i giovani, i popoli oppressi: dal Brasile, all’India, dal Sudafrica all’Italia.
La verità è che non c’è via d’uscita “progressiva” per l’umanità dentro il modo di produzione capitalista.
Solo una prospettiva socialista su scala internazionale può liberare il mondo dalla regressione storica che l’attraversa.
L’ATTUALITA’ DELL’ALTERNATIVA SOCIALISTA
Le potenzialità di progresso sociale contenute negli sviluppi della tecnica e della scienza, si convertono, entro il quadro capitalistico, in nuovi fattori di oppressione e disuguaglianza.
L’incremento della produttività del lavoro incorporato alla tecnica consentirebbe una riduzione progressiva dell’orario di lavoro e una distribuzione tra tutti del lavoro che c’è: e invece si combina con un aumento del tempo di lavoro giornaliero e di vita (età pensionabile), della disoccupazione, dello sfruttamento.
Grandi risorse del sapere scientifico e della ricerca potrebbero essere impiegate nella salvaguardia dell’ambiente e nella lotta contro il cancro e l’AIDS: e invece sono investite nella spesa per armamenti, che ammonta globalmente a un milione di miliardi e costituisce il principale campo d’applicazione dell’elettronica e dell’informatica.
Le potenzialità della produzione alimentare consentirebbero di sfamare la popolazione mondiale per un totale di 12 volte la sua attuale entità: e invece aumenta massicciamente la fame nel mondo secondo gli stessi dati ufficiali dell’ONU, sullo sfondo della desertificazione di intere parti della terra.
La crisi finanziaria dei mutui americani chiarisce una volta di più la natura antisociale del capitalismo: con i pescecani della grande finanza che speculano sull’indebitamento delle famiglie truffando milioni di risparmiatori; e le banche centrali (FED e BCE) che spendono enormi ricchezze, destinabili a ben altri scopi, a sostegno dei banchieri speculatori, per evitare che crolli il loro castello di truffe.
Proprio nell’attuale epoca storica si manifesta dunque al massimo grado tutta l’irrazionalità dell’attuale ordine del mondo. Tutta la moderna barbarie di un’economia fondata sul profitto che concentra nelle mani di 750 multinazionali, dei loro giochi di borsa, delle loro contese, le leve della ricchezza e delle sue destinazioni d’uso. E che affida a un pugno di grandi potenze, in concorrenza tra loro, a partire dagli USA, il controllo del pianeta.
Solo l’esproprio della borghesia, riconducendo le leve dell’economia e della scienza sotto il controllo pubblico del mondo del lavoro e della maggioranza della società, è possibile riorganizzare su basi razionali la società del mondo: restituendo alla specie umana il potere di decidere del proprio futuro.
UN PROGRAMMA SOCIALISTA PER UN GOVERNO DEI LAVORATORI
Sono vent’anni che le sinistre italiane, politiche e sindacali, accettano di negoziare sulla piattaforma del padronato: prima sulla cancellazione della scala mobile (anni 80 e primi anni 90); poi sui tagli alle spese sociali, sulle privatizzazioni, sull’abbattimento della previdenza pubblica (92-96); poi sulla precarizzazione dilagante del lavoro. Ogni volta si è detto che i “sacrifici” richiesti servivano a ottenere miglioramenti futuri. E’ accaduto l’opposto: ogni arretramento ha preparato la strada agli arretramenti successivi. Ogni sconfitta ha trascinato con sé altre sconfitte. Sino alla devastazione attuale: in cui i figli si vedono privati delle conquiste dei loro padri.
Noi diciamo: ora basta Ogni negoziato sui nuovi sacrifici è inaccettabile e va respinto. Proponiamo quindi di partire dalle esigenze e dalle domande dei lavoratori. Quelle sacrificate da vent’anni.
Un forte aumento di salari e stipendi per l’insieme dei lavoratori dipendenti: perché con 1000 euro (quando va bene) non si raggiunge la fine del mese.
L’abolizione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, dal pacchetto Treu alla legge Maroni, a partire dall’assunzione a tempo indeterminato di tutti i lavoratori oggi precari: per porre fine alla ricattabilità sociale di milioni di giovani, all’insicurezza cronica del lavoro e della vita di un’intera generazione.
L’abrogazione delle controriforme pensionistiche degli ultimi 15 anni, a favore del ritorno della previdenza pubblica a ripartizione: consentendo a milioni di giovani di godere un domani di una pensione decente, vincolata all’ultimo stipendio e sottratta al ricatto dei fondi pensione.
Un vero salario garantito per i disoccupati in cerca di lavoro e per i giovani in cerca di prima occupazione: per consentire loro di sottrarsi alla marginalità sociale, al ricatto del precariato, alle mani della criminalità organizzata.
Un massiccio investimento di risorse sotto controllo popolare, nella scuola pubblica, nella sanità pubblica, nei trasporti, nell’edilizia popolare, nel risanamento ambientale…: restituendo innanzitutto ai servizi sociali e alla qualità della vita tutto ciò che le politiche dominanti hanno loro sottratto per vent’anni a esclusivo vantaggio delle rendite e dei profitti.
A chi afferma che non vi sono risorse per finanziare queste richieste, rispondiamo che le risorse non solo esistono ma sono immense. Basta prenderle là dove sono.
Dalle decine di miliardi che le Finanziarie regalano alle grandi imprese private con gli ordinari trasferimenti pubblici (44 miliardi tra il 2000 e il 2006).
Dagli immensi profitti realizzati dalle grandi imprese in anni e decenni di supersfruttamento del lavoro e di bassi salari (41 miliardi di profitti nel solo 2005 da parte delle prime venti aziende).
Dai giganteschi utili realizzati dalle banche sia con attività di ordinario strozzinaggio (mutui) sia con l’espansione del proprio controllo sul grosso dell’economia nazionale (crescita del 50% dei profitti nel solo 2006).
Dal grande patrimonio finanziario detenuto dal 2% delle famiglie italiane (800 miliardi di euro tra i possessori di patrimoni superiori ai 500.000 euro).
Dai 21 miliardi di spese militari previsti dal bilancio dello stato (cresciuti del 13% con la finanziaria 2006) e destinati a costosissimi armamenti, missioni di guerra, e profitti dell’industria militare.
Per non parlare infine della famigerata evasione fiscale del grande capitale o della Chiesa: una Chiesa che grazie alla scandalosa esenzione di IVA ed ICI ed ai mille benefici di cui gode, sottrae all' erario pubblico 6 miliardi l' anno.
Una programma di governo non può limitarsi alla sola redistribuzione della ricchezza, ma chiama in causa il tema stesso della proprietà.
Il fatto che nelle mani di una piccola minoranza della società si concentrino tutte le leve di comando (industria, credito, servizi, telecomunicazioni, stampa) non suscita alcuno scandalo. Al contrario tutti i “democratici” lo considerano un fatto del tutto normale e inevitabile. Di più: negli ultimi 15 anni hanno sostenuto o avallato un gigantesco processo di privatizzazioni che ha allargato a dismisura proprietà e ricchezze del capitale finanziario, a vantaggio di poche grandi famiglie (vecchie e nuove) e a scapito di lavoratori, consumatori, piccoli risparmiatori, oltreché della moralità pubblica e dell’ambiente.
Noi vogliamo ribaltare questa politica. Per questo, a partire dalle lotte dei lavoratori, avanziamo alcune rivendicazioni elementari.
La rinazionalizzazione, sotto controllo operaio e senza indennizzo (se non per i piccoli risparmiatori), di tutte le aziende, i settori, i servizi che sono stati privatizzati negli ultimi 20 anni, a partire dai settori strategici: non è possibile costruire alcuna alternativa se innanzitutto non si libera il campo dalle devastazioni compiute. Se non si recuperano al controllo pubblico e all’interesse pubblico beni fondamentali per la qualità della vita, a partire dall’acqua.
L’unificazione sotto controllo pubblico dell’istruzione e della sanità: scuola privata e sanità privata non solo contraddicono la necessaria universalità e gratuità di servizi pubblici fondamentali, ma sottraggono grandi risorse al servizio pubblico. Spesso, oltretutto – come nella sanità – per truffe e speculazioni ignobili sulla pelle dei malati. E’ inaccettabile. Istruzione e sanità debbono essere pubbliche e laiche.
La nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori delle industrie in crisi, che inquinano, che licenziano. Migliaia di aziende prendono soldi dallo Stato per realizzare ristrutturazioni antioperaie, portare all’estero gli impianti, lasciare sulla strada i dipendenti. E’ intollerabile. E’ necessario unificare le 4.500 lotte di resistenza oggi in corso nelle fabbriche in crisi a difesa dei posti di lavoro in un ampio fronte unitario di lotta. E’ possibile solo se la parola d’ordine della nazionalizzazione delle aziende in crisi è fatta propria dal movimento operaio italiano. Come in settori d’avanguardia e lotte radicali di altri paesi.
La nazionalizzazione delle assicurazioni e delle banche. Banche e assicurazioni sono l’architrave del potere economico in Italia. Ma anche strumento di oppressione verso ampi strati popolari: attraverso il nodo scorsoio di mutui usurai, il raggiro di correntisti e piccoli risparmiatori, i legami con la criminalità, la partecipazione, da protagonisti, a truffe gigantesche e scandali nazionali (Cirio, Bond Argentini, Parmalat). La nazionalizzazione delle banche e la loro unificazione in un unico istituto di credito sotto controllo popolare, sarebbe non solo un fattore di eliminazione di irrazionalità e sprechi: ma anche una leva di igiene morale e di liberazione dallo strozzinaggio per un’ampia parte della società. E un colpo severo a mafia e camorra.
A chi obietta che queste misure, nel loro insieme, sono “incompatibili” con le leggi economiche dell’attuale società e dell’attuale Unione Europea, rispondiamo semplicemente che è vero. Infatti ci battiamo per un’altra società e per un’altra Europa.
Solo un’economia europea democraticamente pianificata, basata sul controllo delle leve della produzione e del credito da parte dei lavoratori può consentire una riorganizzazione dei rapporti sociali in funzione dei bisogni dei molti e non del profitto dei pochi.
Solo un’economia democraticamente pianificata, può affrontare in Italia la moderna questione meridionale, impiegare e valorizzare tutte le capacità di lavoro sull’intero territorio nazionale, riconvertire l’industria bellica o inquinante con piene garanzie occupazionali per i lavoratori, ampliare e qualificare la spesa sociale in direzione di case, scuole, università, ospedali, ricerca, programmare un ampio sviluppo dei servizi per l’infanzia, promuovere il riassetto idrogeologico del territorio. E una battaglia per l’alternativa anticapitalistica in Italia è parte della lotta per un’Europa socialista, oltreché un contributo importante in questa direzione.
Infine il nostro programma di governo non sarà mai realizzato nell’attuale quadro istituzionale. Richiede una trasformazione costituzionale per un altro governo e un altro Stato.
Noi ci battiamo per un altro Stato. Perché ci battiamo per il potere reale dei lavoratori e delle lavoratrici. Naturalmente lavoriamo per la difesa di tutti i diritti e gli spazi democratici che la classe operaia e le masse popolari hanno conquistato e strappato con durissime lotte. Prima contro il fascismo. Poi contro i manganelli dell’attuale “democrazia” borghese. Ed anzi lottiamo per ampliare (o recuperare) questi diritti contro l’involuzione in corso, rivendicando il ritorno a una legge elettorale pienamente proporzionale, la difesa e sviluppo delle libertà sindacali (dei singoli e delle organizzazioni), la difesa dei diritti e delle libertà delle donne, la parità di diritti tra lavoratori italiani e immigrati, contro ogni forma di xenofobia, la parità dei diritti degli omosessuali e di tutte le minoranze oppresse, contro ogni cultura e discriminazione omofobica. Ma non ci limitiamo a questo.
Non ci limitiamo a difendere diritti e spazi di tutti gli oppressi dentro l’attuale democrazia. Rivendichiamo una democrazia dei lavoratori, delle lavoratrici, della maggioranza della società: l’unica peraltro che può realizzare sino in fondo le stesse aspirazioni democratiche. Rivendichiamo in fondo la democrazia reale: quella in cui la maggioranza della società non ha solo il diritto di votare ogni 5 anni chi la governerà in Parlamento, ma ha il potere di decidere le condizioni della propria vita e del proprio futuro.
Per questo rivendichiamo una democrazia fondata sull’autorganizzazione democratica dei lavoratori stessi e delle larghe masse popolari, con rappresentanti eletti direttamente nei luoghi di lavoro e sul territorio; con il più ampio e libero confronto tra diverse proposte, candidature, organizzazioni , partiti, sulla base del principio proporzionale e del comune riconoscimento del potere popolare; dove ogni eletto è permanentemente revocabile dai suoi elettori e privo di qualsiasi privilegio sociale, economico, giuridico rispetto alla sua base elettiva; dove il potere politico concentra nelle proprie mani sia le funzioni legislative che esecutive; dove tutte le articolazioni del potere e gli stessi strumenti di difesa del nuovo ordine sociale sono basati sulla forza organizzata dai lavoratori stessi e sono posti sotto il loro controllo.
A chi obietta che è una proposta arcaica, rispondiamo che è l’unica risposta progressiva, reale, straordinariamente attuale, alle stesse istanze di moralità pubblica, trasparenza, efficienza, economicità che la propaganda dominante oggi solleva in modo ipocrita e distorto, e spesso reazionario.
“Costi della politica”? Nessuna soluzione è più economica dell’eliminazione degli stipendi faraonici agli attuali parlamentari (o consiglieri regionali); della assegnazione ad ogni deputato del popolo di uno stipendio da lavoratore; della soppressione del bicameralismo (quanto costa il Senato?).
“Efficienza”? Nessuna soluzione è più efficiente di quella che unifica poteri legislativi ed esecutivi, che smantella l’enorme parassitismo dell’attuale burocrazia dello Stato, che affida alla forza organizzata dei lavoratori e alla loro mano pesante (e non ad amministrazioni colluse o impotenti) la repressione della mafia e della grande criminalità organizzata.
“Moralità e trasparenza dello Stato”?
Nessuna soluzione è più trasparente di quella che cancella ogni forma di segreto di Stato; che abolisce la diplomazia segreta; che abbatte la separatezza dello Stato, restituendolo alla società civile. E nessuna soluzione è più igienica e morale di quella che, abolendo il potere della borghesia e il cinismo del profitto, estirpa alla radice il fondamento stesso della corruzione e del malaffare.
La politica è oggi un costoso strumento di raggiro e di privilegio. Solo il potere dei lavoratori può edificare uno Stato trasparente e a buon mercato, rifondando la natura stessa della politica e trasformandola in strumento di gestione collettiva e libera del bene comune.
Quindi in sintesi proponiamo sei punti azione da cui partire per trasformare il nostro paese:
1) la retribuzione di un deputato sia uguale al salario medio di un lavoratore e l’abolizione del Senato;
2) Contro la barbarie degli omicidi bianchi nei posti di lavoro, l’inasprimento delle pene per i padroni responsabili dell’insicurezza, l’esproprio senza indennizzo per le imprese e sotto controllo operaio;
3) Contro l’usura dei mutui contratti da milioni di lavoratori, la nazionalizzazione senza indennizzo delle banche (ovviamente senza toccare un euro al piccolo risparmio); la creazione di un’unica banca pubblica sotto il controllo popolare, come mezzo di sostegno a lavoratori e artigiani, piccoli commercianti, oggi torchiati e truffati dalle banche;
4) il ritiro immediato delle truppe italiane da tutti i teatri di guerra e comunque da tutti i paesi esteri in cui sono attualmente; la nazionalizzazione senza indennizzo dell’industria bellica; il riconoscimento del diritto alla resistenza di tutti i popoli oppressi e l’abolizione dei servizi e della diplomazia segreti;
5) contro l’offensiva oscurantista reazionaria del Vaticano contro la scienza e le donne, il rafforzamento del diritto all’autodeterminazione delle donne; l’abolizione dei fondi pubblici alle scuole e università confessionali, la tassazione progressiva del patrimonio ecclesiastico (oggi esente da IVA e ICI), l’esproprio delle grandi proprietà immobiliari della gerarchia vaticana da destinare ad uso sociale;
6) la massima libertà per la ricerca scientifica perché solo la scienza ha favorito il benessere dell’umanità migliorando le tecniche e aumentando il controllo della natura; ma per migliorare la scienza e la tecnica è necessario liberarle anche dalle pressioni del mercato, eliminando i brevetti e l’utilizzo privato delle scoperte scientifiche.
Per realizzare questo programma, il Partito Comunista dei Lavoratori indica come capo della propria forza politica Marco Ferrando, nato a Genova il 18/07/1954.
Lì, …………………………….
................................................
(Segretario del Partito Comunista dei Lavoratori)
DOMICILIO: ………………………………………………………………………
AUTENTICAZIONE DELLA FIRMA
A norma dell'art.21 del DPR 28.12.2000 n. 445, certifico vera ed autentica la firma, apposta in mia presenza, del Sig. …………………………………………………………..,
da me identificato con il seguente documento di identificazione:
…………………………………………………………………………………………………
Lo stesso è stato preventivamente ammonito sulla responsabilità penale cui può andare incontro in caso di falsa dichiarazione.
………… lì ...............................................
. ..............................................
Banchieri truffatori autorizzati peggio dei MAFIOSI
CONTRATTI FANTASMA, DATE FALSE, BUGIE E VIDEOTAPE: 280 MLN DI DANNI
UN IMPRENDITORE (ROVINATO) REGISTRA DI NASCOSTO GLI INCONTRI CON UNICREDIT
“C’HO MESSO UN ANNO A CAPIRE E I BANCHIERI HANNO DISTRUTTO LA MIA IMPRESA”
Paolo Biondani per “L’espresso” in edicola domani
Derivati, bugie e videotape. Un industriale strangolato dai derivati ha video-registrato di nascosto i suoi incontri con i funzionari di Unicredit che gli hanno fatto firmare quei contratti finanziari ad altissimo rischio. «Mi hanno rovinato. Ho dovuto chiudere l’azienda e licenziare tutti i miei 430 operai», denuncia Francesco Saverio Parisi, titolare di Divania, una fabbrica di divani che prima del 2003 era una delle prime industrie esportatrici della Puglia, con 65 milioni di euro di fatturato.
«Ci ho messo un anno a capire come i banchieri hanno distrutto la mia impresa. Ora li ho denunciati, per truffa e usura, e li ho citati a giudizio davanti al tribunale civile. Come tutte le vittime dei derivati, posso sembrare Davide che sfida Golia. Ma invece della fionda ho la telecamera».
La causa civile è tanto pesante che il colosso del credito ha dovuto avvisare tutti i risparmiatori: «Divania ha chiesto la condanna di Unicredit al pagamento di 276 milioni di euro più gli interessi», spiega la banca nel prospetto informativo della fusione con Capitalia. Unicredit avverte di «non avere effettuato, per ora, alcun accantonamento», perché la citazione è «recente» e comunque «sproporzionata»: la perdita netta per Divania, secondo la banca, non supera i 20 milioni.
E gli altri danni sono tutti da provare. Toccherà ai giudici misurare torti e ragioni. Ma di certo prima d’ora non si era mai visto un cliente che cerca di incastrare la banca con due video, per documentare “in diretta” i veri rapporti di forza sulla spinosa questione dei derivati. Cioè quelle “scommesse” finanziarie per cui la Consob ha appena inflitto clamorose multe a tutto il vertice di Unicredit.
Cos’era Divania, lo testimonia il sindacato. «Era una delle più belle realtà industriali del Sud», dichiara Lorenzo Gullì, dirigente dei tessili Cisl, «non abbiamo mai avuto problemi di lavoro nero né di evasione fiscale o contributiva. Fino al 2002 era un’azienda forte, che esportava soprattutto negli Usa. La crisi è stata imprevista e improvvisa. L’unica nostra contestazione a Parisi era che pagava troppo gli operai». Scusi? «Sì, era un po’ paternalista: versava gratifiche senza contrattarle con noi».
Oggi i 40 mila metri quadrati dello stabilimento sono una desolata distesa di macchinari spenti, cumuli di pellame, camion sgonfi, muletti impolverati, computer scollegati e capannoni deserti. Fino al 2002 il fatturato cresceva a ritmi da primato: più 37 per cento. Le cause della crisi le stabilirà il processo. Di certo la bolla dei derivati, che ora fa tremare le economie di tutto il mondo, qui è scoppiata già nel 2003. E dalle oltre mille pagine di atti della causa civile si può ricavare un nocciolo duro di ricostruzione dei fatti che nessuno contesta.
Parisi, un imprenditore che si è fatto da sé, ha avuto Unicredit come banca di riferimento fin dagli anni ’80. Nel 2000 i dirigenti di Bari lo hanno convinto a lanciarsi nei derivati: contratti complicatissimi, che in teoria sono un’assicurazione contro i rischi di cambio del dollaro. In pratica sono una scommessa che ha per controparte la stessa banca: ogni euro perduto dal cliente finisce a Unicredit, con provvigioni e commissioni.
«Io non avevo nessun rischio di cambio», protesta ora Parisi, «perché proprio Unicredit mi anticipava, il giorno stesso dell’emissione, il 100 per cento delle mie fatture con gli Stati Uniti. Un dirigente della banca, però, mi confidò che le filiali avevano ricevuto l’ordine di “fare budget con i derivati” e che mi conveniva accettare per non compromettere i normali fidi. I funzionari dicevano che non correvo rischi, perché loro avrebbero azzerato ogni perdita con nuovi contratti».
Dopo i primi anticipi (up-front) a Divania, le scadenze annuali si chiudono con buchi crescenti. La banca li tappa con altri up-front, che però corrispondono a nuovi contratti sempre più rovinosi. In cinque anni Divania punta sui derivati l’incredibile cifra lorda di 219 milioni di euro: il quadruplo del suo fatturato massimo. Il giro di scommesse regge finché è pareggiato dagli utili industriali.
Nel 2003, alle prime difficoltà di mercato («Crollo del dollaro, concorrenza sottocosto cinese, una partita difettosa di pellami»), i debiti finanziari schiacciano l’impresa. Unicredit segnala le perdite e tutte le altre banche tagliano i fidi. L’imprenditore chiede copia di tutti i contratti, ma Unicredit ne trasmette solo una parte. Il 10 marzo 2004 Parisi, esasperato, nasconde una telecamera in un raccoglitore, lo sistema sulla mensola del suo ufficio e riprende di nascosto la riunione, durata un’ora, con il direttore della filiale Unicredit e il suo tecnico di derivati.
Stando ai contratti, è l’imprenditore che dovrebbe ordinare alla banca cosa, come e quando comprare. Anzi, Unicredit gli ha fatto firmare un’autocertificazione che lo identifica come «operatore qualificato», insomma un mago dei derivati. Il video tuttavia mostra che Parisi non ne capisce nulla: «Io, queste operazioni, non so di che cavolo parliamo... Io ho firmato, per carità, però almeno posso capire? (...) Io potevo sapere che tu mi dai 1.300.000 e per cinque anni devo pagare?».
Neppure il direttore sa spiegargli i derivati: «Scusami, Saverio... ti ho fatto firmare una cosa che non era del mio settore...». Stando al video, il cliente viene invitato a «regolarizzare», cioè a «firmare dopo», speculazioni già concluse dalla banca. Parisi protesta: «Ora mi ritrovo tutta una serie di operazioni che l’ok chi l’ha dato? Io non ho mai dato nessun ok».
Anche la responsabile della contabilità di Divania, Anna Armenise, è furibonda: «Ci sono contratti che noi non abbiamo proprio... Li ho chiesti un sacco di volte... A me non è mai capitato di dover registrare a posteriori delle cose che non conosco». Replica del tecnico: «Le facciamo per postergare le operazioni in perdita». Parisi teme «un’altra mazzata di morte a fine anno» e insiste: «Non sarebbe stato opportuno che qualcuno mi avvisava?». Direttore: «Ho già chiesto scusa».
Nel 2004 i debiti strozzano Divania. Il fatturato crolla a 8 milioni. Per evitare il fallimento, Parisi invoca una convenzione-transazione, garantita da ipoteche milionarie, che la banca gli concede solo nel giugno 2005. Sarà un caso, ma negli stessi giorni si chiudeva l’ispezione segreta di Banca d’Italia su Unicredit. Nel 2007 la Consob accuserà la banca di aver piazzato derivati «geneticamente privi della funzione dichiarata di copertura dei rischi» danneggiando ben 12.700 imprese. «Ma io l’ho saputo da “L’espresso”», dice Parisi, «le autorità di controllo non ci dissero nulla».
Il capitolo finale è da romanzo giallo. Nel maggio 2006 l’avvocato Giuseppe Tucci, che assiste Divania, chiede a Unicredit la documentazione completa. I contratti vengono depositati in novembre. Ma si rivelano «manipolati». Le «alterazioni documentali» riguardano addirittura i «contratti normativi»: gli accordi-quadro che regolano le singole catene di derivati. Tra Unicredit e Divania si contano 206 operazioni in derivati che si appoggiano su otto contratti normativi. Ebbene, il primo porta il timbro del «9 giugno 1998», eppure richiama un «regolamento Consob del primo luglio ’98», cioè di 21 giorni dopo. O l’ha scritto Nostradamus, o la data è falsa.
Il secondo del ’98, oltre al regolamento futuro, attribuisce a Divania l’indirizzo (via dei Gladioli 19) e i telefoni che la società avrà solo due anni dopo. Altri cinque contratti normativi non sono mai stati depositati da Unicredit, secondo Divania perché «non sono mai esistititi», visto che la banca non sostiene di averli smarriti (e tantomeno distrutti).
L’unico contratto esistente e con data vera è del 10 luglio 2003, ma è quello del video. Secondo il professor Tucci, a questo punto Unicredit va punita per tutto il valore lordo dei derivati (219 milioni e 61 di interessi): la banca infatti avrebbe perso il diritto di sottrarre i dollari accreditati a Divania per quelle «scommesse», giuridicamente «indebite» appunto perché fondate su «contratti falsi, inesistenti o distrutti».
La difesa di Unicredit, elaborata dall’avvocato Paolo Dalmartello, «non nega il fatto» dei contratti-fantasma, ma solo «le conclusioni di Divania»: «Risulta per tabulas», conferma infatti l’avvocato, che la banca ha commesso «deprecabili imprecisioni» e «reiterate disattenzioni», in particolare sulle date del ’98 aggiunte «con ogni probabilità nel 2001». «Poiché il diavolo fa le pentole ma non i coperchi», scrive sempre Unicredit, «per sistemare le prime incongruenze documentali» la banca «ha posto in essere ancora più deprecabili imprecisioni», su cui «sono in corso approfondimenti».
Ma questo non cambia nulla: il cliente ha «tollerato tale prassi», accettando l’esecuzione dei derivati «imprecisi». E anche «la mancata corrispondenza al vero» dell’autocertificazione di Parisi come mago della finanza «è un falso problema»: se il cliente si dichiara «operatore qualificato», questo è «necessario e sufficiente» a esonerare la banca. A conti fatti, secondo Unicredit, Divania può lamentare solo una perdita netta di 15 milioni. Ma Parisi ha firmato la famosa transazione. Per cui ha perso il diritto di contestare i derivati. Anzi è lui a dover pagare altri 4,5 milioni.
Sul caso indaga anche la Procura di Bari. L’inchiesta del pm Isabella Ginefra è iscritta al modello 21: significa che ci sono già i primi indagati. In questi giorni la Finanza ha acquisito un secondo video, girato da Parisi nel 2006 con una microcamera nascosta nella giacca. Questo spiega l’immagine tremolante, che immortala un funzionario di Unicredit mentre confida all’imprenditore quale sarebbero i veri ordini sui derivati, diramati dai «capi» della banca alle reti periferiche, in barba ai proclami scritti.
Domanda Parisi: «Ti ricordi quando mi dicesti che se non fai i derivati ti tolgono l’affidamento?». Risposta del funzionario: «E va bè, ma... se tu vai a leggere le comunicazioni che noi abbiamo sempre memorizzate sui nostri capi... La compliance, l’attenzione al cliente, la trasparenza, l’etica, la professionalità... ’Sto cazzo! Allora tu lo scrivi e stai a posto... E poi dici alla rete di fare ben altro».
Dagospia 07 Febbraio 2008
COMUNICATO STAMPA
MUTUI: TORNA L�INCUBO PER 3,2 MILIONI DI FAMIGLIE INDEBITATE A TASSO VARIABILE. NON HANNO BENEFICIATO DEI RIBASSI DELL�EURIBOR, ED ORA CHE TORNA A SALIRE (4,61% A TRE MESI,DAL 4,3 DI GENNAIO) SUBIRANNO STANGATA ULTERIORE DI 187 EURO QUANDO A FINE MARZO PAGHERANNO RATE DEI MUTUI
INTOLLERABILE DIVARIO TASSI SU MUTUI E CREDITO CONSUMO CON TASSI UE.
Nonostante poderose iniezioni di liquidit� della BCE che solo oggi, ha collocato sul mercato interbancario ben 60 miliardi di euro tramite asta rifinanziamento di pronti contro termine a 91 giorni, con il tasso marginale del 4,25%, quello medio del 4,4%, a fronte di richieste di 139 banche per 132,6 miliardi, non si arresta la crisi dei mercati, che riverbera i suoi effetti su 3,2 milioni di famiglie indebitate a tasso variabile, che subiranno ulteriori stangate a fine mese, alla scadenza delle rate dei mutui.
Continua infatti a salire per il settimo giorno di fila il tasso euribor a tre mesi (al quale � legato buona parte dei mutui indicizzati), a riprova che le misure straordinarie varate dalle banche centrali per contrastare la lunga crisi conseguente ai mutui sub-prime ed alla montagna di carta straccia dei derivati (450.000 miliardi di dollari,contro un Pil mondiale di 45.000), non riescono ad arginare crisi monetarie profonde causate da banche di affari con la collusione di banchieri centrali e delle societ� di rating Fitch,Moody Standard & Poor�s, che continuano a pontificare con le consuete �pagelline� di inaffidabilit� sui disastri da loro stessi procurati.
3,2 milioni di famiglie, indebitate a tasso variabile per precise responsabilit� delle banche che hanno raccontato agli italiani la tavoletta amplificata da massa media di propriet� delle stesse banche, secondo la quale si pu� anche guadagnare dai debiti contratti come lo sono i mutui, non hanno beneficiato della discesa del tasso euribor a tre mesi, che a febbraio era attestato al 4,3 %, mentre subiranno a fine mese a valori attuali (con un rincaro dello 0,30%), una botta di 187 euro su base annua, per ogni mutuo di centomila euro.
Adusbef, nel ritenere che la spirale al rialzo dell�euribor a tre mesi, che ha superato di 0,61 euro il tasso di riferimento BCE, non si fermer� ma continuer� la sua corsa arrivando anche al 5%, torna a chiedere ai distratti governi un nuove ordine monetario,una urgente Bretton Woods che superi gli attuali assetti instabili in mano a pochi oligarchi non eletti da alcuno e che giocano a rimpiattino con i destini del mondo e la sovranit� degli stati, per ricondurre la finanza derivata speculativa oggi in mano a banchieri biscazzieri,sotto il controllo di Stati Sovrani che possano arginarne la mano libera.
Poich� la media dei tassi sui mutui nell�area euro � del 5,15 %, mentre in Italia � del 5,78 %, con un divario dello 0,63%, mentre per il credito al consumo la differenza � dell�1,03 %,essendo attestati i tassi in Europa al 6,92% contro il 7,95% dei saggi italiani per alcuni acquisti (senza contare le carte revolving che superano il 21%), Adusbef denuncia ancora una volta il divario dei tassi di interessi che non hanno alcuna giustificazione, se non quella di contribuire a spennare ulteriormente i consumatori ed arricchire in maniera poco lecita, banche e banchieri.
12/03/2008
INCENERITORI PARTE TERZA
Non pagate la tassa CIP6
nella bolletta dell'ENEL
L'incentivazione alle fonti
di energia rinnovabili è stata introdotta dalla legge n.
9 del 1991 e dalla successiva delibera n. 6 emessa dal Cip nel 1992
che ha aggiunto le parole "ed assimilate".
Tali normative hanno previsto che i finanziamenti, in parte, gravino
(indirettamente) sul singolo utente finale, quale parte del sovrapprezzo
del costo della energia.
Non esiste, peraltro, una specifica norma che stabilisca un obbligo
per il singolo di provvedere al pagamento di una data somma a titolo
di finanziamento delle fonti di energia: la normativa in materia, infatti,
come sopra accennato, stabilisce che il costo della energia
per il pubblico applicato dall'Enel sia costituito da un sovrapprezzo
in parte destinato a tale scopo.
La "quota" CIP6
viene corrisposta dal singolo utente all'Enel che, a sua volta, la versa
allo Stato.
Dal momento che questa quota è "annegata" nel prezzo
del chilowatt e non esiste una norma che specificamente impone all'utente
di pagare quella somma a quel titolo, l'eventuale mancato pagamento
da parte del singolo di questa parte dell'intero corrispettivo della
fornitura costituisce un inadempimento contrattuale.
Il Cip6 è un tassa sui
tumori. Serve a costruire inceneritori
che ti termovalorizzano le cellule.
Non la vogliono capire con le buone di smettere e di passare alla raccolta
differenziata e a forme di smaltimento non nocive per la salute.
L'uso criminoso dei NOSTRI soldi
per avvelenare le NOSTRE FAMIGLIE
deve finire.
Vogliamo energie rinnovabili, non respirare diossina e nano particelle.
Non pagate più la tassa CIP6
all'ENEL. Io ho già iniziato.
L'ENEL ha tolto dalla bolletta la voce A3
con il contributo per gli inceneritori.
Calcolare l'importo esatto è quasi impossibile, vale circa il 7%.
L'ENEL deve reintrodurre la voce A3 per consentirci di dedurlo correttamente.
Nel frattempo:
- notificate l'autoriduzione all'ENEL nella form all'indirizzo: Enel/Informazioni con la causale: Detrazione CIP6 per
gli inceneritori
- togliete il 7% forfettario dall'importo senza IVA esposto in bolletta.
Postato da Beppe Grillo il
21.02.08 15:23 | Energia |
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Altri video sul signoraggio :
GOLDMAN SACHS (DA DOVE PROVIENE IL GOVERNATORE DELLA BANCA D'ITALIA DRAGHI) E LA BANDA BASSOTTI :
Video TFR e sul RISCHIO FINANZIARIO
Il rischio finanziario :
TFR:
Video sui nostri politici
Champagne al Senato :
Berlusconi al Parlamento Europeo :
Berlusconi al Parlamento Europeo parte seconda :
Gli stipendi dei politici italiani :
Aforismi sul signoraggio
"Voi (i banchieri internazionali) siete un covo di vipere e ladri. Io voglio sconfiggervi, e con l'aiuto di Dio, vi sconfiggero'.
Se gli Americani solo capissero la totale ingiustizia del nostro sistema monetario e bancario, ci sarebbe una rivoluzione prima di domani mattina".
[Andrew Jackson, 7mo Presidente USA]
"Il debito nazionale e' una frode perpetrata verso gli Usa dagli interessi dei banchieri internazionali. La migliora soluzione per il debito nazionale (prendere appunti, ndt) e per la sicurezza sociale e' che gli Usa smettano di permettere ad una societa' privata di stampare la moneta e di caricarci sopra gli interessi.
La Federal Reserve dovrebbe essere abolita come un punto di partenza per liberare gli Usa da una falsa dipendenza".[Andrew Jackson, 7mo Presidente USA]
"Vedete, un Governo legittimo può sia spendere che prestare denaro in circolazione, mentre le banche possono soltanto prestare cifre considerevoli attraverso i loro biglietti di banca promissori, per cui questi biglietti non si possono né dare né spendere se non per una piccola frazione di quelli che servirebbero alla gente. Di conseguenza, quando i vostri banchieri in Inghilterra mettono denaro in circolazione, c'è sempre un debito fondamentale da restituire e un'usura da pagare. Il risultato è che c'è sempre troppo poco credito in circolazione per dare ai lavoratori una piena occupazione. Non si hanno affatto troppi lavoratori, ma piuttosto pochi soldi in circolazione, e quelli che circolano portano con sé un peso senza fine di un debito impagabile e usura.”
[Benjamin Franklin, Autobiografia, (1763)]
“Se gli Americani consentiranno mai a banche private di emettere il proprio denaro, prima con l'inflazione e poi con la deflazione, le banche e le grandi imprese che ne cresceranno attorno, priveranno la gente delle loro proprietà finché i loro figli si sveglieranno senza tetto nel continente conquistato dai loro padri. Il potere di emissione va tolto via dalle banche e restituito al popolo, al quale esso appartiene propriamente.”
[Thomas Jefferson (1776), cfr. Debito Pubblico USA provocato dall'uso del dollaro “americano”, cartamoneta-debito emessa dalla Federal Reserve System,
"Crede che quei banchieri siano in prigione? Nossignore. Sono fra i cittadini più stimati della Florida. Sono feccia, almeno quanto i politici disonesti! Creda, io ne so qualcosa. E' da tempo che mangiano e si vestono con i miei soldi. Finché non sono entrato nel racket non sapevo quanti imbroglioni indossano abiti costosi e parlano con accento da signori."
[Al Capone]
"Potrete ingannare tutti per un pò, potrete ingannare qualcuno per sempre, ma non potrete ingannare tutti per sempre"
[Abramo Lincoln]
"Il debito pubblico è abbastanza grande da badare a se stesso."
[Ronald Reagan]
L'attuale creazione di denaro dal nulla operata dal sistema bancario è identica alla creazione di moneta da parte di falsari. La sola differenza è che sono diversi coloro che ne traggono profitto
[Maurice Allais, nobel per l'economia]
E' un bene che il popolo non comprenda il funzionamento del nostro sistema bancario e monetario, perchè se accadesse credo che scoppierebbe una rivoluzione prima di domani mattina
[Henry Ford]
Assurdo dire che il nostro paese può emettere $30,000,000 in titoli ma non $30,000,000 in moneta. Entrambe sono promesse di pagamento; ma una promessa ingrassa l'usuraio, l'altra invece aiuta la collettività
[Thomas Edison - New York Times, 1921]
Dire che uno stato non può perseguire i suoi scopi per mancanza di denaro è come dire che un ingegnere non può costruire strade per mancanza di chilometri
[Ezra Pound]
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John Kennedy
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| Preceduto da Dwight D. Eisenhower | |
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| Tendenza politica | |
| Nascita | Brookline, Massachusetts, 29 maggio 1917 |
| Morte | |
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La moneta di Stato [modifica]
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Il 4 giugno 1963, il presidente JFK firmò l'ordine esecutivo numero 11110 che ridava al governo USA il potere di emettere moneta senza passare attraverso la Federal Reserve, che è una banca privata. Teoricamente la riserva di una moneta può essere qualunque cosa (metallo, petrolio o altro bene) che sia una certa percentuale del valore nominale (o visuale) delle monete circolanti. La riserva deve essere un bene con un ampio mercato, poiché se la moneta è garantita da riserva, qualunque detentore può richiedere la consegna di parte della riserva equivalente alle banconote che restituisce all'emittente. Tipicamente la riserva monetaria era in oro; gli USA avevano emesso una quantità di monete dal dopoguerra tale che la loro pur ampia riserva d'oro non era sufficiente a garantirle. In mancanza d'oro, Kennedy scelse una riserva monetaria d'argento. La moneta nel progetto di Kennedy aveva costo zero per lo Stato in quanto i certificati d'argento erano dollari USA, non obbligazioni sulle quali lo Stato pagava gli interessi. Viceversa la moneta della FED era prestata al Governo applicando il tasso di sconto. Diversamente dalla moneta della FED, era poi una moneta convertibile.
Con il provvedimento il Tesoro americano, un ente non privato, tornava ad emettere moneta come era avvenuto dalla fine della guerra di secessione fino agli anni Trenta prima della costituzione dellla Federal Reserve. Presso la Corte Suprema non furono sollevati quesiti di anticostituzionalità contro questo provvedimento.
L'ordine dava al Ministero del Tesoro il potere "di emettere certificati sull'argento contro qualsiasi riserva d'argento, argento o dollari d'argento normali che erano nel Tesoro". Questo voleva dire che per ogni oncia di argento nella cassaforte del Tesoro, lo Stato poteva mettere in circolazione nuova moneta. In tutto, Kennedy mise in circolazione banconote per 4,3 miliardi di dollari. Le conseguenze furono enormi. Kennedy stava per mettere fuori gioco
È l'inverso di quanto afferma
La generazione di Kennedy utilizzava monete senza valore intrinseco già dai primi del novecento; il gold standard non creò un rifiuto di una moneta non garantita d'oro; uguale indifferenza accolse la novità di Kennedy. Un minimo di cittadini prima del gold standard esercitava il diritto alla convertibilità della moneta, e ugualmente in pochi chiedevano argento contro "certificati d'argento" al tempo di Kennedy.
L'ordine esecutivo 11110 avrebbe probabilmente impedito al debito pubblico di raggiungere il livello attuale, poiché avrebbe dato al Governo la possibilità di ripagare il debito pubblico senza utilizzare
Lincoln, presidente degli Stati Uniti, nel secolo precedente, circa cento anni prima venne assassinato al Ford's Theatre. Analogamente, come John Kennedy aveva tentato anche lui di ridare agli Stati Uniti sovranità monetaria, cercando appunto di ridurre drasticamente l'indebitamento per interessi, ad opera delle banche.
"sino a che le banche private presteranno soldi agli stati che "tutelano" i cittadini, il mondo come noi lo conosciamo è destinato a prosciugarsi, in quanto il debito pubblico è matematicamente indotto ad aumentare all'infinito... più gli interessi naturalmente..." - "libero pensatore" [citazione necessaria]
L'assassinio e gli sviluppi successivi [modifica]
| Per approfondire, vedi la voce Assassinio di John F. Kennedy. |
Funerali di Kennedy
Il presidente Kennedy fu assassinato a Dallas, in Texas, il 22 novembre 1963 alle 12:30, ora locale, mentre era in visita ufficiale alla città. Fu un evento straordinario e devastante per la vita di molti americani. "Dov'eri quando hanno sparato a Kennedy?" fu una domanda posta di frequente negli anni successivi e continuò a risuonare per decenni dopo il fatto.
Lee Harvey Oswald, venne arrestato alle 13:50, quindi alle 19:00 accusato di aver ucciso un poliziotto di Dallas ed alle 23:30 di aver ucciso il presidente nel quadro di una "cospirazione conservatrice" Oswald venne a sua volta ucciso nel seminterrato della stazione di polizia di Dallas da Jack Ruby, il proprietario di un night-club di Dallas noto alle autorità per i suoi legami con la Mafia, prima di venire portato in tribunale. Ruby si difese sostenendo di essere un grande patriottico e di essere rimasto turbato dalla morte di JFK. Cinque giorni dopo la morte di Oswald, il presidente Lyndon B. Johnson creò la Commissione Warren, presieduta dal giudice Earl Warren, per indagare sull'omicidio.
Nel 1993, il libro Case Closed: Lee Harvey Oswald and the Assassination of JFK del giornalista investigativo Gerald Posner, analizzò le prove su cui si basano le principali teorie cospirative, concludendo che nulla di quanto si sa fino ad ora dimostra l'esistenza di un complotto. Il libro tuttavia è stato duramente criticato per avere omesso o addirittura interpretato soggettivamente fatti ed elementi tesi ad escludere il complotto che di fatto rimarrebbe l'ipotesi più accreditata nonostante la teoria dell'assassino solitario sostenuta dalle inchiesta ufficiali. Nel novembre del 2002 venne tolto il segreto alle cartelle cliniche di Kennedy, rivelando che i suoi problemi fisici erano più seri di quanto si pensasse in precedenza. Oltre a soffrire un dolore costante per la frattura di alcune vertebre, soffriva di disturbi digestivi della malattia di Addison. Kennedy veniva sottoposto ad iniezioni di procaina prima di ogni evento pubblico per poter apparire in salute. La spina dorsale di Kennedy era affetta da un'osteoporosi aggravata dalle iniezioni di corticosteroidi; questo lo constringeva ad usare un busto per alleviare il peso del corpo sulle vertebre inferiori. È stato ipotizzato che lo indossasse anche il giorno in cui venne ucciso - dopo essere stato colpito una prima volta il suo corpo sarebbe dovuto scivolare in una posizione in cui l'automobile gli avrebbe offerto una maggiore protezione, ma il busto mantenne il suo corpo in posizione eretta dando all'assassino il tempo di sparare il colpo fatale alla testa.
Negli ultimi tempi è venuta alla luce la cdt. "pista italiana" delle indagini riguardanti l'omicidio del presidente americano.Tali indagini nascono dalle rilevazioni fatte sull'arma utilizzata dal killer:si tratterebbe infatti di un fucile Carcano modello 91/38 matricola C2766.Questo fatto non è nuovo poiché fu proprio la commissione Warren a svolgere queste indagini.Il rapporto Warren infatti stabilì che il C2766 era prodotto in Italia presso
Un'altra pista da molti denunciata sarebbe quella legata al decreto utilizzato da Kennedy, decreto che diede al governo la possibilità di stampare moneta, togliendo questo monopolio alla Federal Reserve. Molti vedono questo omicidio come un avvertimento per i futuri presidenti sull'utilizzo di quel decreto, che non venne mai cancellato, ma che non fu mai più utilizzato da nessun presidente, ristabilendo il pieno monopolio della Federal Reserve nella creazione della moneta.
Il ritratto di Kennedy compare sulle monete da mezzo dollaro statunitense.
Kennedy fu sepolto nel Cimitero Nazionale di Arlington ed il 14 marzo del 1967 il suo corpo fu traslato nel luogo della sua sepoltura permanente, sempre nel Cimitero Nazionale di Arlington.(Virginia).
Curiosità [modifica]
- Kennedy è il presidente statunitense che ha vissuto meno a lungo di tutti: 46 anni e 177 giorni.
| Predecessore: Dwight D. Eisenhower | Successore: Lyndon Baines Johnson | ||
| Washington | J. Adams | Jefferson | Madison | Monroe | J.Q. Adams | Jackson | Van Buren | W.H. Harrison | Tyler | Polk | Taylor | Fillmore | Pierce | Buchanan | Lincoln | A. Johnson | Grant | Hayes | Garfield | Arthur | Cleveland | B. Harrison | Cleveland | McKinley | T. Roosevelt | Taft | Wilson | Harding | Coolidge | Hoover | F.D. Roosevelt | Truman | Eisenhower | Kennedy | L.B. Johnson | Nixon | Ford | Carter | Reagan | G.H.W. Bush | Clinton | G.W. Bush | |||



